Torna[n]do.

Tra gioie e dolori.
La rubrica [bi]settimanale del panda va avanti.

Flixbus inizia a diventare parte integrante della mia vita, potrei accusare un trauma da abbandono se dovessero decidere di fare fuori quest’azienda (quindi su, tutti a firmare la petizione qui).
[Postilla: mentre mi accingevo a scrivere questo articolo, che è stato pubblicato postumo, intraprendevo il “grande” viaggio di ritorno da Pescara, as usual.]

Continuo ad allenarmi e a fare su e giù da Pescara, ogni tanto faccio qualche scivolone sul percorso, incontro una buccia di banana e sbam!
Solo che le mie bucce di banane sono fatte di biscotti e frutta secca. Oh, capita anche a me di rifugiarmi nel cibo qualche volta, solo che non me ne cruccio. Ecco io magari mi confesso, espìo le mie colpe parlandone con voi. Mi alleggerisce la coscienza e a posto così.
[E poi, detta tra noi, potete bilanciare i macro nei giorni successivi, ricordate che l’introito calorico va valutato sul lungo periodo, non è tanto importante quanto mangiate in un giorno bensì il quantitativo spalmato sull’arco di un periodo più o meno ampio come può essere ad esempio l’intera settimana. Questo non vi dà il diritto di strafogarvi, ovvio che non sarebbe un comportamento salutare e che può giovare al corpo.]

Dicevo, l’allenamento procede, tra alti e bassi della mia carb cycling, io spesso mi guardo allo specchio (facciamo anche sempre, ho infiniti selfie che lo dimostrano) e mi piaccio. Io mi piaccio. Esteticamente, dopo una vita intera a ripudiare ogni singolo millimetro di quel riflesso, io mi piaccio. E mi piaccio fuori e dentro, tanto che mi chiedo come ho potuto passare trent’anni della mia vita a non volermi bene.

Ho voglia di sfoggiarmi, di mettermi in mostra, di provare a prendere e conquistare le cose che desidero. E mi lascio con facilità le cose alle spalle, le persone che non riescono a comprendermi, apprezzarmi, dedicarmi un po’ del loro tempo.

Ieri maturavo profondi pensieri, mentre in una sala da té bevevo un infuso all’amaretto. Spesso mi si dice che dovrei fare più vita sociale, che l’uomo della mia vita (dovesse esistere realmente) non potrò trovarlo rimanendo tra le quattro mura di una casa o di una palestra. E spesso ci credo anche. Eppure non sono mai stata così emotivamente serena come ora. Per cui il dilemma attuale è questo: forzarmi ad uscire, frequentare posti, fare cose che non mi preme voler fare o rimanere in questo piccolo mondo che mi sono autocostruita, fatto di blog, instagram, palestra, piccoli viaggi a Pescara e tanta ma tanta felicità e soddisfazione. In certi momenti (come questo) la risposta mi pare così scontata che la domanda diventa superflua. Ma ho sempre tempo di cambiare idea.

La signora della palestra in cui mi vado ad allenare quando sono in trasferta mi guarda sempre con occhi strani, a volte vorrei provare a farle capire che questi piccoli viaggi mi rendono felice. Così come mi piace fare regali alla gente. Ecco, io sono una che fa regali. Io non so ringraziare con le parole, non so dire un “ti voglio bene”, io ti faccio un regalo. Per cui se ricevi un regalo da me, prendilo come un dono raro, perché quello che ti sto donando è una parte profonda di me stessa.
[E niente, sono smielata perché adoro fare regali al mio pt, che a lui faccia piacere oppure no è una cosa che mi viene spontanea, quindi amen.]

Il mio fondoschiena è sempre quello che è, il six pack non viene fuori ma io continuo a lavorare sodo. Probabilmente dovrei fare un leggero cut ma io mica gareggio, io magno.
Oggi ho preso coscienza del fatto che la mia scheda è troppo “standard” per i miei gusti, per la prossima c’ho un paio di cosette da dire a chi me le stila (povero il mio pt, sono una gran bella gatta da pelare). Ho obiettivi che voglio raggiungere, io sogno in grande, sogno fuori dagli schemi, non posso e non voglio essere trattata come gli altri, meno che “come le altre”. Lontana da sempre dal classico mondo femminile, uguale a loro eppure così diversa. Io (e con me le mie schede, i miei allenamenti, il mio corpo e la mia vita) mi devo distinguere. Io canto fuori dal coro. [E sono pure parecchio stonata, mi auguro che non mi sentiate mai cantare.]

Ho bisogno di più nozioni, di sapere e avere coscienza (e conoscenza)  di quello che faccio quando mi alleno, quando mangio, quando vedo gli altri fare qualcosa, ho bisogno di giornate con più delle classiche ventiquattro ore perché non mi bastano. Vorrei che certe giornate non finissero mai. Altre vorrei che nemmeno iniziassero. Sono un piccolo vortice*, a volte porto con me gioia e allegria, altre mi trascino dietro detriti e pezzi di vetro. Ma non mollo mai.

E chissà cosa volevo dire quando ho iniziato a scrivere questo articolo.

* il titolo dei miei post, infatti, non è mai un caso.
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